
Continuiamo in questo tentativo di tratteggiare l’immagine di Gesù di Nazareth, una possibile immagine tra le tante, è bene ripeterlo, sempre secondo il punto di vista del prof. Mauro Pesce, docente emerito di storia del cristianesimo all’università di Bologna.
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In questo caso ci occupiamo della morte di Gesù e del Regno di Dio, fulcro della sua predicazione.
Il periodo finale della vita di Gesù, quello che lo porta alla morte, è di difficile interpretazione. Per farci un’idea di cosa sia accaduto e di come interpretare questo momento cruciale della vita del Nazareno possiamo attingere da cinque fonti, cercando ovviamente di scovare ciò che in esse può essere attendibile e cosa no.
Si tratta dei quattro vangeli canonici e del Vangelo di Pietro. Quest’ultimo è un apocrifo che può darci delle informazioni molto interessanti: è stato utilizzato fino al II o III secolo nel sud dell’attuale Turchia, e non è questa una cosa strana: i cristiani dell’epoca basavano la loro fede su testi che solo successivamente sono stati dichiarati non canonici, dichiarati tali dai cristianesimi che hanno vinto, a scapito di quelli che hanno perso la, chiamiamola così, battaglia teologico-dottrinale.
Il vangelo di Pietro è un testo che ci è giunto solo in parte: non abbiamo purtroppo il testo integrale, anche se la parti che sono arrivate fino a noi sono molto importanti.
La cosa molto interessante, in questa vicenda, è – secondo Mauro Pesce – che Gesù viene arrestato di notte e l’indomani mattina lo troviamo già crocifisso. Si tratta di un atto fulmineo, rapidissimo. La vicenda si è conclusa in pochissime ore e senza processo. Perché?
Perché solo i cittadini romani avevano il diritto di essere processati. La Giudea, in cui avvennero i fatti, era sotto il diretto controllo romano con, come sappiamo, Pilato che ne era il governatore.
Non era così, invece, nella Galilea, dove c’era il governo di Erode Antipa, un re ebreo, e dove quindi vigevano altre leggi.
A Gerusalemme invece c’era la legge romana, secondo la quale Gesù era un “peregrinus”, quindi uno straniero: e agli stranieri non si concede un regolare processo, secondo le leggi romane.
Gesù era entrato a Gerusalemme con un corteo e Pilato lo fa arrestare. Manda proprio una coorte di soldati, come dice il vangelo di Giovanni; e da quanti uomini era composta una coorte? Una coorte di soldati era composta da 600 soldati, con a capo un chiliarca.
Ora, se Pilato manda 600 persone ad arrestare un predicatore ebreo è perché crede che sia un rivoltoso. Pilato non era un uomo che si faceva scrupoli: viene descritto in alcune fonti – di questo parlo anche altrove – come una persona spietata, sanguinaria. Quindi lo arresta e lo sottopone alle torture.
Sottoporre un rivoltoso a tortura era la prassi, soprattutto se il capo d’accusa era quello che pesava sulla testa di Gesù: l’accusa, difatti, era quella di lesa maestà verso l’imperatore Tiberio. Voler fare in Israele il regno di Dio era di fatto una esplicita dichiarazione di non voler riconoscere l’autorità imperiale romana. Per questo era il massimo dei crimini.
Quindi Gesù viene preso, torturato e messo in croce. La crocifissione è una pena di morte romana e solo i romani la esercitano. I cittadini romani non erano mai sottoposti ad una pena così infamante. I crocifissi morivano per soffocamento e i romani non permettevano che i corpi dei crocifissi venissero rimossi dalla croce, perché dovevano essere divorati da rapaci ed animali selvatici: cani, uccelli…
Tra l’altro, non sappiamo esattamente come era fatta una croce, e non è da escludere che potesse essere fatta in modi diversi: probabilmente, afferma il prof. Pesce, era un palo conficcato nel terreno e i piedi del condannato toccavano per terra. Gli animali potevano così arrivare fino alle ginocchia per divorare il crocifisso.

Detto questo, va anche aggiunto un particolare di non poco conto: gli ebrei avevano una legge che veniva rispettata nella loro terra, legge che deriva dalla Bibbia, dal Deuteronomio, secondo cui un cadavere non poteva restare in croce dopo il calare del sole perché questo avrebbe contaminato la terra. Per questo erano organizzarti in gruppi per staccare i crocifissi dalla croce, trasportali in una fossa e in qualche modo darne sepoltura. Questo lo racconta molto bene il vangelo di Pietro di cui parlavamo all’inizio: dice chiaramente che sono gli ebrei che tolgono Gesù dalla croce.
Il regno di Dio, quindi, non venne, ma venne invece la morte di Gesù, del leader, potremmo dire, di questo gruppo di persone. Da qui, come accadde dopo la morte di Giovanni Battista – quando Gesù, anziché perdersi d’animo, iniziò a predicare con ancora più forza – allo stesso modo i discepoli di Gesù continuarono la predicazione dopo la morte del loro leader, convinti che sarebbe arrivato il regno di Dio che Gesù predicava in vita e che Dio aveva promesso.
Questo è, in modo essenziale, la parabola di vita di Gesù.
E, sempre in sintesi, quale fu il messaggio di Gesù? Il suo messaggio si può comprendere analizzando i testi evangelici, sempre scovando – o almeno tentando di farlo – cosa è attendibile e cosa non lo è. In questo senso, secondo il vangelo di Marco, il centro del messaggio di Gesù, con cui concordano anche i vangeli di Matteo e Luca, è l’annuncio del regno di Dio.
Ma cosa è il regno di Dio? Su questo si è discusso per secoli e, a seconda di come questo “regno di Dio” è stato interpretato, ci sono stati nel corso della storia vari tipi di cristianesimi.
Il Regno di Dio non è un concetto nuovo nel giudaismo: prendendo il libro di Daniele, vediamo che si parla di Regno di Dio nell’ambito del sogno che fa il re Nabucodonosor: qui si parla di quattro regni, di cui l’ultimo sarebbe proprio quello dei Romani, dopo dei quali arriverà un regno nuovo che non avrà mai fine, che è il regno di Israele, quello dei giusti, il regno di Dio.
Questo regno sarà introdotto da un personaggio che si vede nei cieli accanto a Dio, un essere in forma di uomo, che Daniele chiama figlio dell’uomo. “Figlio dell’uomo” in ebraico significa semplicemente uomo: del resto, il figlio di un uomo non può che essere un uomo egli stesso.
Gesù sembra essersi identificato con questo figlio dell’uomo: in sostanza l’avvento dal Regno di Dio introdotto dal figlio dell’uomo, cioè da Gesù, è il centro del suo messaggio.
E quando verrà questo Regno di Dio? Presto, prestissimo, e quindi bisogna prepararsi.
E come sarà fatto questo Regno di Dio? Non si sa. È difficile immaginarlo, è un mito, è un sogno, e ovunque si parli del Regno di Dio se ne parla in modo diverso, con toni un po’ leggendari. Per Gesù – che pure non ha le idee chiare sui connotati di questo regno – è rappresentato in un grande banchetto in cui si riuniscono tutti gli esseri umani in modo pacifico, ma soprattutto i poveri, che possono quindi saziarsi e trovare finalmente una sicurezza fisica e materiale che nei regni precedenti, quelli ingiusti, non hanno trovato.
Si trattava di un grande mito, capace di far sognare intere popolazioni sottomesse. Nei secoli la Chiesa ha cercato di identificarsi con il Regno di Dio.
Alcuni hanno pensato che il Regno di Dio non fosse una trasformazione sociale, ma semplicemente una trasformazione interiore. La frase “Il Regno di Dio è dentro di te” significherebbe proprio questo: non un cambiamento radicale nei rapporti di forza e sopraffazione tra la gente, ma uno stato interiore, secondo cui, quando sei rappacificato con te stesso e gli altri, allora sei nel regno di Dio.
Questa è una interpretazione destoricizzata e desocializzata, che rende il cristianesimo una dottrina spesso diversa da quello che Gesù predicava.
In sostanza, il Regno di Dio è un grande mito che Gesù ha preso dalla sua tradizione e che, per la diffusione che c’è stata in seguito del cristianesimo, è stata poi diffusa per 2000 anni, con interpretazioni diverse, con esiti diversi.
Di seguito gli articoli afferenti a questo:
Chi era davvero Gesù di Nazareth? Un possibile ritratto
Gesù storico: il ritratto di un predicatore schierato con i poveri e gli oppressi









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