“PECCATO CHE SIA FEMMINA”: LA MISOGINIA CLERICALE

11/06/2024 | Attualità, Cristianesimo, Cultura, Religioni | 0 commenti

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Sembra proprio così: nella Chiesa c’è posto per le donne, purché però le donne stiano al loro posto. E chi decide qual è il posto delle donne? Gli uomini naturalmente, le alte gerarchie ecclesiastiche, i porporati, i vescovi, i cardinali: sono loro che decidono cosa le donne possono fare, quali ruoli possono occupare, come servire la Chiesa. 

Di recente papa Francesco, che tutti sbandierano come il progressista riformatore – ma in molti si stanno chiedendo se lo sia davvero – si è pronunciato sulla possibilità che le donne ricoprano il ruolo di diaconesse all’interno della Chiesa. Nel mondo protestante le donne possono persino diventare vescovo, quindi molti si aspettavano che il papa pseudo progressista almeno questo passo lo facesse. E invece? Ecco le parole del papa: “Le donne diacono? No. Sono di grande servizio, ma dargli spazio nella Chiesa non significa dare loro un ministero”. Chiusa la questione.

Di qualche ora fa è la notizia, per niente smentita dal Vaticano, che riporta le parole di Papa Francesco rivolte ai vescovi italiani. Sono queste: “Il chiacchiericcio è una roba da donne. Noi abbiamo i pantaloni, dobbiamo dire le cose”. Si tratta di un mix di luoghi comuni e sessismo, che non vengono dal bar sotto casa, ma dal capo della Chiesa Cattolica che conta oltre un miliardo di fedeli. Non c’è male.

Alla fine faremo qualche considerazione su queste “parole sante del santo padre”.

Naturalmente nei post sui social che riportano queste parole alcune pie donne ringraziano, scrivono “amen”, “grazie Santo padre”, “papa Francesco prega per me”. Mi sembra come se delle pecorelle accolgano a braccia aperte il lupo, ma è una considerazione strettamente personale.

Non tutti sono di questo avviso, per fortuna, anche all’interno della Chiesa: ricordo un intervento di un sacerdote napoletano all’università, che tenne una lezione di psicologia perché invitato dalla docente di storia contemporanea, che rivolgendosi alle donne e alle ragazze in aula disse: “Fossi in voi mi sentirei offeso per come vi considera la Chiesa”. Il prete si chiama don Antonio (ometto il cognome per ragioni di privacy). E lo saluto con affetto.

Non era un’osservazione campata in aria, la sua: ad un corso prematrimoniale, persone a me molto vicine mi hanno raccontato che il sacerdote che li preparava al sacramento del matrimonio ha detto loro – il concetto era questo – che l’uomo e la donna sono due siepi, ma la donna è una siepe più piccola che sta un po’ più in basso, e quindi all’interno della famiglia deve lasciarsi guidare dall’uomo.

Si trattava di un formatore scelto e selezionato dalla diocesi per formare le nuove coppie che si sarebbero sposate con rito cattolico.
Molte delle coppie lì presenti a queste parole iniziarono a bisbigliare e dopo l’incontro si confidarono che molti erano stati tentati di alzarsi e andarsene. Non era l’epoca della Controriforma: era il febbraio del 2022.

Ma insomma, possiamo forse parlare di misoginia clericale, vista la situazione marginale che le donne hanno, ancora oggi, nel ventunesimo secolo, all’interno dell’istituzione ecclesiastica?

Se dicessi la mia opinione, forse potrei essere accusato di essere prevenuto e non obiettivo, e quindi anche in questo caso prendo le mosse da alcune riflessioni di un teologo e biblista cattolico, padre Alberto Maggi.

Riassumo il contenuto di un suo intervento, che però, se vi interessa, vi riporto integralmente in fondo all’articolo.

L’esordio della sua riflessione, e il suo succo, consiste semplicemente nell’ammettere che le donne all’interno della Chiesa non hanno avuto e non hanno affatto vita facile. Nella tradizione giudaico cristiana, che stiamo per vedere, ci sono radici misogine molto profonde, che hanno ispirato persino manipolazioni testuali. Vedremo anche queste.

Se partiamo dalla tradizione ebraica notiamo che il Talmund, libro sacro in cui confluisce la tradizione giudaica, riporta queste parole: “Maledetti coloro le cui figlie sono femmine” (Quiddushin B. 82b): insomma, la nascita di una bambina era un castigo divino.

Nella tradizione giudaica si insegnava che, testualmente, “la migliore delle donne pratica l’idolatria” (Qui. Y. 66 cd) e che “chiunque discorre molto spesso con una donna, è causa di male a se stesso, trascura lo studio della Legge e finisce nella Geenna”.

Da questo punto di vista il cristianesimo avrebbe dovuto avere un’evoluzione diversa, visto quello che, almeno secondo alcuni storici, viene fuori dalla ricostruzione storica su Gesù. Lo stesso storico Mauro Pesce sostiene che il rapporto di Gesù con le donne fu di assoluto rispetto: fu critico verso il patriarcato del tempo.

È evidente però, dalla documentazione che abbiamo, che la presenza delle donne nelle comunità dei primi discepoli doveva essere difficile da accettare, se non addirittura insopportabile in qualche caso.

La cultura di cui erano impregnati era arrivata ad affermare addirittura che “le parole della Legge vengano distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne”, dice sempre il Talmud (Sota B. 19a). I riferimenti stanno sempre nell’articolo di padre Maggi che metto nelle note.

E quindi troviamo tracce di dissidio maschi-femmine già nei vangeli apocrifi, per esempio tra Pietro e Maria Maddalena. Il vangelo di Tommaso, di cui parleremo in un altro video, che risale alla metà del secondo secolo, quindi non troppo lontano dagli eventi, riporta che Pietro chiede addirittura che le donne vengano cacciate dalla comunità. Testualmente: “Simon Pietro disse: Maria se ne vada da noi, ché le donne non meritano la vita”. Addirittura si fa accogliere a Gesù una tale richiesta, che quindi risponde: “Ecco, io la trarrò così da renderla uomo”, per arrivare poi alla deduzione per cui, sempre dal vangelo di Tommaso: “Ogni donna che si fa uomo entrerà nel regno dei cieli”.

In altri apocrifi emerge il fastidio di Pietro rispetto alle donne che prendono la parola nelle assemblee cristiane e, d’altro canto, Maria Maddalena accusa Pietro di “odiare il nostro sesso”.

Ennesima occasione per riflettere su come e quanto i contenuti dei vangeli, anche di quelli canonici, vengano piegati alle esigenze e alle interpretazioni delle varie comunità. Parola di uomini, insomma, più che parola di Dio.

Un qualsiasi apologeta direbbe che gli apocrifi non fanno testo, quando invece sono fonti preziosissime per gli storici.

Ma anche se non li consideriamo, tracce evidenti di misoginia le troviamo anche nel nuovo testamento, quindi perfettamente canonico. In Paolo, 1 Cor 14, 34, troviamo queste parole: “Come in tutte le comunità dei santi, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualcosa , interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea”. 

Per giustificare questa presa di posizione si appella a Gen 3, 16, in cui leggiamo: “Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te».

Paolo poi rincara la dose. Nella prima lettera a Timoteo scrive: “La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo” (1 ™ 2,11).

E se uno avesse chiesto a Paolo il perché di un simile trattamento alle donne, avrebbe risposto: “Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre”.

Insomma, il Dio che ispirò le lettere a Paolo – considerata parola ispirata da Dio, appunto – non lo fece abbastanza diligentemente da fargli comprendere che il passo di Adamo ed Eva è semplicemente un mito e che i due non furono mai esistiti. Mistero della fede. 

E veniamo ad un esempio di manipolazione. A Paolo scappava anche qualche complimento verso la donna, tanto che, nella lettera ai Romani (Rm 16,6) leggiamo questo: “Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me”. Andronico e Giunia erano marito e moglie, ma una Chiesa che diventava sempre più misogina e anti femminista cosa fece di Giunia?

Lo vediamo brevemente: al tempo di Bonifacio VIII il testo fu modificato. Questo papa anzitutto confinò l’attività delle monache nei monasteri per cercare di arginare il loro potere, con la Bolla “Periculoso, de statu Monachorum in sexto”. Poi alterò il testo, favorendo la traduzione di Giunia al maschile, lasciando intendere che fosse il diminutivo di Giuniano.

Siamo certi di questa manipolazione perché nell’onomastica romana il nome Giuniano, al maschile, è inesistente. Piccola curiosità: la Chiesa Ortodossa Giunia l’ha santificata e la festeggia il 30 di giugno.

Forse ci vorrebbe una vera riabilitazione della figura di Giunia all’interno del cattolicesimo, se però lo stesso cattolicesimo non fosse di fatto ancora fortemente misogino. Lasciamo perdere la frase sul chiacchiericcio che sarebbe roba da donne, e prendiamo l’altra esternazione, quella riferita alla possibilità per le donne di ricoprire il ruolo di diacono: “Le donne diacono? No. Sono di grande servizio, ma dargli spazio nella Chiesa non significa dare loro un ministero”. 

Il patriarcato sta qui in quattro intollerabili parole: “No. Servizio. Spazio. Dare loro”.

“No” è l’avverbio che mette muri, che usa chi si trova in una posizione di potere su altri. “Servzio” è un sostantivo molto usato nel gergo religioso, ma qui il punto è un altro: mentre gli uomini nella Chiesa possono decidere da sé come, dove e quando servire, rispetto alle donne dove, come e quando servire lo decidono gli uomini, non loro. 

E quindi lo spazio che devono occupare non spetta loro di diritto, ma è loro concesso se, come, dove e quando lo decide la gerarchia patriarcale. “Dare loro” è una locuzione che indica, ancora una volta, la gentile concessione che eventualmente fa chi sta in alto a chi sta in basso.

Forse tutto questo cambierà, forse si arriverà anche all’interno della Chiesa ad una parità uomo donna, ad un ruolo della donna non più subalterno, ma paritetico. Ma magari questo accadrà un paio di secoli dopo rispetto al resto del mondo civile. Queste sono le parole del Cardinale Carlo Maria Martini, che nel suo testamento spirituale scrive, testualmente: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni”. 

In barba a chi, ancora oggi, si ostina a definirla “un faro” per l’umanità. 

Note:
– “Peccato sia femmina”: il biblista Maggi sulla resistenza della comunità cristiana ad accettare le donne – https://www.illibraio.it/news/storie/donne-chiesa-738714/

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