
Non mi è mai piaciuto fare il bastian contrario per principio, ma certe volte mi sembra proprio inevitabile. Come in questo caso, per esempio, cioè in occasione della morte di Papa Francesco e del profluvio di elogi sperticati, di aggettivi altisonanti, di omaggi al di là di ogni senso della misura.
Mi permetto di fare qualche osservazione, se può interessare a qualcuno, ben consapevole che si tratta soltanto della mia personale opinione, che non è verità rivelata, che è fallibile a dispetto dell’infallibilità del papa quando parla ex cathedra.
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Il giorno di Pasquetta, anzi, scusate, il giorno del “lunedì dell’Angelo” papa Bergoglio ci ha lasciati: si è alzato alle 6 del mattino, intorno alle 7 ha accusato dei malori, poi progressivamente il suo organismo ha ceduto. Dopo un ictus è morto intorno alle 7.35.
Spiace per la sua morte, sinceramente, e spiace per le sofferenze che hanno caratterizzato le sue ultime settimane di vita, forse i suoi ultimi mesi di vita. Come tutti gli anziani ha fatto i conti con la malattia, la sofferenza, il progressivo decadimento fisico e li ha accettati con dignità e coraggio.
Certamente anche con la forza della fede, ma nessuno saprà mai – e nessuno può saperlo rispetto a nessun altro essere umano – se in queste ultime settimane sia stato invaso talvolta dai dubbi, dall’incertezza su cosa c’è dall’altra parte, su ciò che ne sarebbe stato del suo corpo e della sua anima. Non sappiamo cosa passa per la testa di una persona, sia in generale, sia, nello specifico, poco prima che muoia.
Leggendo il suo testamento ho trovato parole interessanti, direi quasi eloquenti. Al secondo rigo parla testualmente di “Viva speranza nella Vita Eterna”: mi sarei aspettato parole come “certezza nella vita eterna” o, come ho ascoltato in un recente funerale, “speranza certa nella Vita Eterna” (direi che o hai la speranza o ne sei certo, ma entrambe le posizioni nella stessa frase mi sembrano incompatibili).
Ad ogni modo, leggere dal papa “speranza nella Vita Eterna”, e non “certezza”, mi sembra una posizione umile e comprensibile.
Ma rispetto a questa illustre morte – e al di là della mia personale simpatia per lui – il problema non è Papa Francesco, ma chi parla di papa Francesco. Bruno Vespa, nella trasmissione di Porta a Porta, la sera stessa di Pasquetta, con in studio otto uomini – ripeto, otto uomini senza neppure l’ombra di una persona di sesso femminile – ha titolato “Papa Francesco, il papa che ha rivoluzionato la Chiesa”.
Solo gli uomini possono parlare di una Papa che rappresenta un’istituzione gestita, organizzata, mossa dal potere in mano a soli uomini. In un certo senso c’è della coerenza in tutto questo.
Ma ciò che davvero stona è proprio l’aggettivo “rivoluzionario” associato di continuo, come una nenia ripetuta fino allo sfinimento, a questo papa.
Il mio ragionamento è piuttosto semplice. Se questo papa viene osannato perché “rivoluzionario” vuol dire che tutti ritenevano che da 12 anni a questa parte – tanto è durato il suo pontificato – la Chiesa avesse bisogno di una rivoluzione. Dunque l’inferenza elementare dovrebbe portarci a ritenere inadeguata quella Chiesa che ci ha lasciato papa Ratzinger.
Eppure anche lui, papa Ratzinger, appena morto, qualche tempo fa, è stato ricoperto di allori, elogi, apologie. Insomma, è sufficiente che un qualsiasi pontefice muoia perché lo si ricopra di tutti gli onori e i complimenti possibili.
Ratzinger non ha lasciato una Chiesa “rivoluzionata”, ciò nonostante per lui sono arrivate sviolinate ovunque. Francesco invece avrebbe rivoluzionato la Chiesa ereditata da Benedetto XVI e naturalmente anche per lui osanna e applausi da tutti gli angoli della Terra. O quasi.

Ma Francesco è stato davvero il rivoluzionario di cui tutti parlano? Oppure abbiamo bisogno di dipingerlo così perché in un’epoca di incertezze ci servono dei miti, e in questo momento Francesco è quello che abbiamo più a portata di mano?
La rivoluzione, ce lo dice qualsiasi dizionario, è un cambiamento radicale di uno stato di cose: “radicale”. Non una modifica di qualcosa, non cambiamenti di superficie, non una pennellata di vernice fresca. “Radicale” vuol dire che coinvolge le fondamenta, l’ossatura, la sostanza.
Ora mi chiedo: per il capo di una Chiesa millenaria, è una rivoluzione strutturale salutare con un “buonasera” dal loggione di San Pietro dopo la sua elezione?
È una rivoluzione indossare un orologio economico o scarpe logore? Lo è forse salire sull’aereo portando a mano la sua borsetta?
Intendiamoci, sono tutti gesti che preferisco, rispetto al predecessore altezzoso, freddo, vestito da Babbo Natale, con uno sfoggio carnevalesco di scarpe sgargianti ed ermellini. Su questo non c’è dubbio.
Ma la sobrietà dei costumi, la semplicità dei gesti, la dolce schiettezza della comunicazione può consistere in una rivoluzione per una istituzione bimillenaria che conta un miliardo e mezzo di fedeli nel mondo?
Oppure è rivoluzionario schierarsi dalla parte dei poveri e degli oppressi? Insomma, ce lo avreste visto un Papa a braccetto di Trump, degli sceicchi sauditi, della grande finanza che ignora poveri e ultimi. Insomma, anche questa presa di posizione mi sembra piuttosto scontata, prevedibile. Non mi pare affatto una rivoluzione.
Papa Francesco non è stato il parroco di una parrocchia di campagna, è stato il capo di una comunità di fedeli enorme e di una delle cinque monarchie assolute rimaste sulla faccia della terra.
È stato il capo di una Chiesa con il più grande patrimonio immobiliare del pianeta, che muove miliardi e miliardi di dollari di denaro e che, soprattutto, ha formalmente in mano le coscienze di un quinto dell’umanità.
Che poi sempre meno persone, tra gli stessi battezzati, ascoltino preti, vescovi e papi è un altro discorso.
E quindi dove sta qui la rivoluzione?
Ha forse messo mano ad una teologia vecchia, arrugginita, persino ridicola a tratti? Ha rivisto per caso autentiche favole teologiche in cui non credono più nemmeno gli stessi sacerdoti?
È di queste ore la notizia di un sacerdote, don Giulio Mignani, che dichiara non solo di abbandonare il sacerdozio, ma addirittura la Chiesa, la comunità dei battezzati, perché a disagio anche rispetto ad un apparato dottrinario ormai ridicolo.
Il peccato originale, la verginità della Madonna, la Trinità, la presunzione della Chiesa Cattolica di essere l’unica depositaria della verità e in quanto tale l’unica dispensatrice di salvezza, la sua stessa infallibilità: queste e mille altre “favole” – il termine “favole” non è mio, ma lo usano eminenti teologi – sono state forse messe in discussione da Francesco?
Direi di no. E dunque dove starebbe questa fantomatica rivoluzione?
Chi eleggerà il prossimo papa? Circa 135 cardinali. E ancora: voi vedete forse una donna nel Conclave nel 2025? Dopo questa “rivoluzione” avete visto cambiare il ruolo delle donne all’interno della Chiesa?
Nulla. Non contavano niente prima e non contano nulla adesso.
“Uh, ma ha dato incarichi importanti ad alcune donne”: certo, glieli ha dati lui, uomo, e, come fa notare la storica cattolica Lucetta Scaraffia, tutte donne mansuete che sanno stare al loro posto, e che non rompono le scatole.
L’amministrazione del sacro, le decisioni che contano, il potere effettivo, insomma, era degli uomini e degli uomini resta. La donna resti ancora in silenzio, con umiltà e perfetta sottomissione, dice Paolo di Tarso, anche dopo la “rivoluzione”, sempre tra virgolette, di papa Bergoglio.

Non donne sacerdoti, non sia mai, ma neppure donne diacono. Neppure un misero gradino più su, nulla. Nella Chiesa c’è posto per tutti, purché ognuno stia al suo posto. E il posto in cui devono stare le donne lo decidono torme di soli uomini. Insomma, è come se sugli operai dovessero legiferare i soli iscritti a Confindustria.
Caspita che rivoluzione!
Ma abbiamo dimenticato che lo stesso Francesco ha apostrofato i medici di tutto il mondo che praticano aborti, negli ospedali pubblici e nel pieno rispetto dalle leggi democratiche dei loro Stati, come SICARI?
I sicari sono assassini che uccidono dietro pagamento di un compenso.
Oppure abbiamo dimenticato quella parola che inizia per FRO e finisce con CIAGGINE, riferita alle persone omosessuali, che a suo dire sarebbero troppe nei seminari?
Sugli abusi nella Chiesa cosa ha fatto Bergoglio? Ha scritto qualche riga, ha fatto qualche dichiarazione, ma andate ad informarvi: è cambiato qualcosa nella sostanza? Anche questo lo dice Lucetta Scaraffia, credente, storica del cristianesimo.
Fate voi stessi una ricerca, sia nei documenti vaticani sia negli effetti di quei documenti e valutate quanto è cambiato! Constatate voi la portata della “rivoluzione” di Bergoglio rispetto alla pedofilia nella Chiesa.
Sul canale Sapiens Spaiens abbiamo approfondito due casi: quello di Giuseppe Rugolo e quello di Marko Rupnik. Su questi casi ci sono eccellenti inchieste portate avanti da Stefano Feltri, Federica Tourn e Giorgio Meletti. Ecco seguitele, sono su Spotify e appurate pure l’atteggiamento di Papa Francesco rispetto a questi casi di abusi. E constatate voi stessi la portata della sua “rivoluzione”, sempre tra virgolette.
C’è stato il Sinodo per l’Amazzonia, nel 2019 mi pare, per discutere della possibilità che persone sposate, uomini naturalmente, potessero fare i preti, in quelle zone sterminate dove i sacerdoti scarseggiano e dove è molto difficile raggiungere aree remote e isolate. Risposta? Un secco no. Per altre chiese il presbitero sposato è un’ovvietà.
Per la Chiesa “rivoluzionata” da papa Francesco nemmeno a pensarlo.
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Quello che a me pare, ancora una volta, è che gli esseri umani, soprattutto in periodi turbolenti, di incertezza politica, economica, nelle fasi di transizione, abbiano bisogno di MITI, di figure simboliche intoccabili che diano sicurezza, che siano un approdo certo.
Le figure mitizzate sono per loro natura estremizzate, monocolore. O tutte bianche, o tutte nere, ma comunque con ogni caratteristica presente al massimo livello.
E dunque Francesco è, riprendo le parole che leggo qua e là, “straordinario, rivoluzionario, santo, padre universale, eccezionale, immenso.”
Ci ritroviamo adesso con un Governo che indice 5 giorni di lutto Nazionale, quando per Giovanni Paolo II bastarono tre. Uno solo, invece, per i morti all’Aquila dopo il terremoto, uno per i morti dopo il crollo del ponte Morandi, zero per i bambini mutilati e dilaniati a Gaza. Cinque per Papa Francesco, che però lo stesso Governo non si è filato di pezza, passatemi l’espressione, quando parlava di accoglienza dei migranti o della tutela dei posti di lavori o di salari dignitosi.
Insomma, Francesco mitizzato e utilizzato ad uso e consumo per la propaganda politica, quando fa comodo. Ora, è così difficile riconoscere che era un essere umano, mortale, non infallibile (neppure ex cathedra), figlio del suo tempo, che in 12 anni di monarchia assoluta avrebbe potuto ribaltarla come una calzino, la Chiesa, ma che sostanzialmente l’ha lasciata – nella struttura, nell’essenza – così come l’ha ereditata?










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