
Ovviamente per qualche ora, o per qualche giorno, la Giornata Mondiale della Gioventù prenderà le prime pagine dei giornali, e per alcuni sarà giubilo (appunto) ed entusiasmo.
Papa Leone suggerirà di seguire la “verità”, ma ai giovani non darà quello che cercano davvero, cioè le prove.
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I giovani lo hanno capito: difatti a Tor Vergata non c’è la folla oceanica che il Vaticano comunica ai mass media (forse per dare un’impressione di forza?). Altro che successo della fede cattolica!
Pare che a Roma, per la messa del papa, ci saranno circa 800 mila giovani, o poco più. Tutto ciò, vale la pena sottolinearlo, a Roma, nel centro del cattolicesimo, della cristianità e in pieno Giubileo.
Sapete quanti erano i “papa boys”, a Tor Vergata, nel 2000? Tra due milioni e mezzo e tre milioni.
A fronte di un aumento della popolazione mondiale, la Chiesa fa caso che i giovani a Tor Vergata sono meno di un terzo rispetto a 25 anni fa (quando a Roma c’ero anche io, tra l’altro)?
Che fine ha fatto oltre un milione e mezzo di giovani in 25 anni? Dove sono finiti?
Se davvero quella del cattolicesimo è la verità (lo dice il Papa), come mai sempre meno persone la riconoscono come tale? O le persone, e i giovani, sono diventati più imbecilli, oppure si fa davvero fatica a far passare il messaggio cristiano come “verità”.
Il punto è che se il papa afferma che qualcosa è vero, deve anche mostrare in modo incontrovertibile questa presunta verità. Non basta più “dire” (anche se a “dire” è il papa), bisogna anche fornirne le prove.
Se mancano le prove, poi, a Tor Vergata mancheranno anche un milione e mezzo di papa boys, che avranno preso altre strade, forse altre “verità”.
Non basta più il trasporto emotivo dell’adunata, la spersonalizzazione della folla che provoca senso di appartenenza, i canti con la chitarra durante la notte mentre ammicchi alla tipa che ti piace (mi ricordo ancora gli occhi di Francesca, molto più delle parole di Giovanni Paolo II).

Quel fremito giovanile che si prova nell’appartenenza e nella condivisione, nel senso di un comune destino e di una comune visione, dura poco. È emozione, è una casa costruita sulla sabbia. Ma regge solo la casa costruita sulla roccia, cioè la verità.
La verità ha una sua epistemologia e ce l’ha anche se il papa la ignora: deve essere evidente, non emotiva, non confutabile.
Così, quando il papa chiama al raduno in nome di Dio e di Gesù suo figlio si presentano circa 800 mila persone, massimo un milione, da tutto il mondo: al concerto al Colosseo di Paul McCartney, nel 2003, di persone ce ne erano 500 mila; a quello di Simon & Garfunkel nel 2004, in Via dei Fori Imperiali, c’erano 550 mila persone.
Elvis Presley nel 1973 fece un miliardo di spettatori via satellite.
Il Live Aid, nel 1985, con la celebre esibizione dei Queen, ebbe due miliardi di spettatori.
Rod Stewart, nel 1994 a Rio de Janeiro, radunò tre milioni e mezzo di persone in presenza, dal vivo.
La Chiesa ha tutto il diritto di mostrare la sua iniziativa come un successo (benché non lo sia), come anche di continuare a mettere in vetrina una gioventù cattolica che si assottiglia irreversibilmente nel numero e nell’intensità della fede; ma inizierà a guardarsi allo specchio e a riconoscere che il suo messaggio viene recepito più o meno alle stregua di quello di una rock star?










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