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In questo nuovo articolo continuiamo a delineare un possibile ritratto di Gesù di Nazareth; “possibile” perché di ritratti se ne possono fare tanti e persino molto diversi tra loro. Anche in questo caso mi rifaccio all’opinione che sul Gesù storico ha il prof. Mauro Pesce, docente emerito di storia del cristianesimo all’università di Bologna, autore di molti libri e forse noto al grande pubblico soprattutto dopo la pubblicazione del libro “Inchiesta su Gesù”, scritto a quattro mani con Corrado Augias.
Nell’articolo precedente abbiamo delineato un ritratto generale di Gesù, che ci ha permesso di inquadrare in modo generale il personaggio. Adesso andiamo più a fondo, concentrandoci soprattutto sulla sua predicazione.
Secondo il prof. Pesce – e direi secondo qualsiasi storico che si rispetti – anche per analizzare questo aspetto della figura storica di Gesù è importante collocarlo nel preciso contesto sociale in cui viveva: ogni uomo ovviamente vive in un contesto storico, e la vita di ciascuno cambia a seconda del mutare delle circostanze storiche.
Nel precedente articolo dicevamo quale fosse il rapporto tra Gesù e il Battista: entrambi erano predicatori nella terra di Israele, con una visione della vita e del regno di Dio simili.
Ebbene, la predicazione del Battista era categorica, netta, decisa e non scendeva a compromessi, e per questo provocava naturalmente delle reazioni da parte delle autorità politiche: in effetti non si può andare in giro a radunare della gente dicendo che a breve sarebbe arrivato finalmente il regno di Dio per Israele, senza che il re del territorio di Giovanni Battista, che era il figlio di Erode il grande, cioè Erode Antipa, si allarmasse contro questo tipo di predicazione.

E difatti si allarmò, lo fece arrestare e lo uccise rapidamente.
Anche Gesù era un predicatore Battista: il vangelo di Giovanni ci dice che Gesù battezzava insieme ai suoi discepoli negli stessi territori della Giudea, cioè nella zona intorno a Gerusalemme, in cui battezzava anche Giovanni Battista. Erano due gruppi di battisti tra i quali naturalmente poteva nascere anche una concorrenza: “Chi Battezza di più”?
Gesù e Giovanni Battista non erano i soli a battezzare, ma c’erano gruppi di predicatori sparsi sul territorio che si diffondevano sulla terra di Israele, e in qualche modo si creava una certa competizione che portava a risultati consistenti: insomma, molta gente si faceva battezzare e naturalmente le autorità religiose erano preoccupate per questo sviluppo.
Giovanni Battista quindi viene ucciso, probabilmente in una fortezza che sta nell’attuale Transgiordania: ci si può chiedere cosa c’entri la Transgiordania se finora abbiamo parlato soltanto di Gerusalemme, della Giudea o della Galilea. C’entra perché il territorio che era stato affidato da Augusto ad Erode Antipa non aveva continuità territoriale; a lui era stata affidata la Galilea, soprattutto il sud della Galilea centrale con il lago di Galilea al suo centro, e la cosiddetta Perea, che si trova al sud della Terra di Israele, al di là del Giordano, all’incirca all’altezza di Gerusalemme, che costeggia per una buona parte l’attuale Mar Morto, che si trova al 400 metri sotto il livello del mare.

Il luogo privilegiato del Battista era appunto la Perea ed è probabilmente lì che i soldati di Erode Antipa lo arrestano e lo portano nella fortezza di Macheronte, dove viene ucciso.
A questo punto Gesù, che si trovava vicino a Giovanni nel sud della terra di Israele, dice il Vangelo di Marco, torna in Galilea proprio per cercare di sfuggire alla repressione che veniva posta in atto contro i battisti da parte di Erode.
E qui inizia un’attività di predicazione di Gesù che si svolge, non sappiamo esattamente quanto a lungo, tra diversi territori: una parte in Galilea, in alcune zone della Samaria, più a sud, e ancora più a sud intorno a Gerusalemme.
Gesù va molte volte a Gerusalemme: dobbiamo qui basarci soprattutto sul Vangelo di Giovanni, secondo cui Gesù va a Gerusalemme cinque volte, in una attività di predicazione che può essere durata circa tre anni; invece il vangelo di Marco ci parla di una sola salita di Gesù a Gerusalemme, e forse, stando alla ricostruzione che ne fa il prof. Pesce, è poco plausibile. Tra parentesi, si dice “salita” perché Gerusalemme si trova in montagna verso i 600-700 metri.
Quindi Gesù conosce molto bene il territorio in cui predica.
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Tra Gesù è il Battista, però, ci sono differenze, anche importanti. Per esempio, Gesù non sceglie il deserto come luogo della sua attività. Si tratta di un aspetto fondamentale, questo, che il Prof. Mauro Pesce affronta nel libro, scritto nel 2021 insieme alla moglie, antropologa, Adriana Destro, intitolato, “Il battista e Gesù”.
Gesù agisce dentro i villaggi, non va nel deserto: ma perché va nei villaggi? Perché è soprattutto lì che la gente vive e soffre. Non significa che non si recasse affatto nelle grandi città, difatti dicevamo che si può supporre che sia stato almeno cinque volte a Gerusalemme, ma probabilmente per la sua predicazione preferiva i villaggi, perché, per esempio, non lo troviamo nella città di Tiberiade, non lo troviamo nella città di Sefforis, che erano grandi centri urbani del tempo: molte di queste città erano state ricostruite dal re Erode Antipa in modo ellenistico-romano, e da qui le elite sfruttavano i villaggi, che dipendevano da loro, attraverso una forte tassazione, soprattutto della pesca.

Quindi Gesù vive nei villaggi e soprattutto nei nuclei domestici, perché il nucleo domestico per lui è il fulcro, il centro pulsante della vita del popolo, dei poveri, e vivendo quotidianamente in diversi villaggi entra a contatto con gli strati più bassi della società, in un contatto quotidiano.
Il prof. Pesce sostiene che, secondo alcune ricerche e calcoli, Gesù poteva visitare ogni giorno circa due o tre villaggi. Alla fine di ogni giorno aveva il problema di sapere dove avrebbe dormito, e spesso quando non trovavano ospitalità dormivano all’aperto; c’era il problema di dove avrebbe potuto mangiare o di chi lo avrebbe ospitato: lui e i suoi discepoli non lavoravano e perciò cercavano costantemente chi avrebbe potuto aiutarli ed ospitarli.
Vivendo a contatto con i villaggi, entra in contatto con la estrema povertà e con la malattia e qui si sviluppa un atteggiamento originale, nuovo, di Gesù, di cui abbiamo testimonianza in un testo famoso presente, in due versioni, nei vangeli: è quello delle cosiddette beatitudini, che abbiamo in due versioni, quella di Matteo e quella di Luca.
Si è discusso dal punto di vista esegetico su quale delle due versioni fosse la più attendibile e Mauro Pesce cita un autorevolissimo esegeta, Jacques Dupont, che in alcuni studi condotti negli anni Sessanta, pubblicati dall’Editore San Paolo, dimostrò che la versione più autentica non è quella delle otto beatitudini di Matteo, ma quella più breve del vangelo di Luca, in cui si legge, al capitolo 6, “Beati i poveri perché di loro è il Regno di Dio”.
Questa è una affermazione enorme, perché significa che il perdono che Dio dà, se ci si converte, è rivolto essenzialmente ai poveri e ai malati. Spesso Gesù assicura ai malati questo perdono: hanno troppo sofferto, e addirittura per gente così misera e umile non ci si pone neppure il problema del perdono dei peccati. Invece la minaccia della condanna è per i ricchi, sono proprio i ricchi quelli su cui incombe la minaccia violenta e inequivocabile del castigo.
C’è un passo del Vangelo di Luca emblematico in questo senso, e il prof. Pesce fa notare che spesso, purtroppo, nelle Chiese questo stesso passo si sente pronunciare poco.
E’ quello in cui si racconta che si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di alcuni Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»
Il ricco, insomma, più del povero, è invitato alla conversione radicale, ma la conversione significa prendere i propri beni e ridarli ai poveri a cui sono stati rubati: è una predicazione forte e – dice Pesce in modo chiarissimo – è assente della Chiesa Cattolica di oggi, nella quale invece si parla di un perdonismo complessivo, in cui prima viene la Misericordia e poi l’uomo si converte.
Secondo il professore è totalmente il contrario: se il ricco e l’ingiusto non si convertono non saranno perdonati da Dio, mai: questo è l’annuncio di Giovanni e l’annuncio di Gesù. Il perdono è dato ai poveri e ai malati che stanno già patendo ingiustamente, e Gesù insiste talmente tanto su questo aspetto da farne il perno di tutta la sua predicazione.
Il problema del perdono dei peccati diventa secondario, è principale solo quando si parla dei Ricchi e degli ingiusti. Non dovrebbe restare alcun dubbio quando leggiamo questa frase, che è una delle più conosciute: ”È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.
Altro problema centrale è poi quello del suo rapporto con le persone: con le donne per esempio ha un atteggiamento abbastanza particolare. Balza subito agli occhi, ed è strano, che nel suo gruppo siano presenti dei discepoli e poi le mamme dei discepoli, per esempio la mamma di Giacomo e di Giovanni; non sono presenti, però, e non lo seguono, invece, i genitori maschi.
Ci si chiede quindi perché era molto difficile per un genitore maschio Seguire Gesù, e forse la risposta sta nel fatto che Gesù contestava alcuni modi istituzionali di governare la famiglia.
Per esempio Gesù predicava il divieto di ripudiare la moglie: per Mauro Pesce questo aspetto è uno dei più fraintesi della predicazione di Gesù. La Chiesa, difatti, ha sostenuto e ha predicato, fino ad oggi, che Gesù fosse a favore dell’Unità del matrimonio, dell’indissolubilità del matrimonio.
Per lo studioso le cose sono molto differenti: Gesù è contrario al diritto dei maschi adulti di ripudiare le proprie mogli, cioè è contrario alla struttura patriarcale della famiglia in cui il maschio ha diritto di estromettere la moglie dai propri beni, lasciandola in una situazione di grave difficoltà economica ed etica.
Ovviamente, dire in un villaggio governato da maschi adulti, dai capi famiglia che gli stessi capi famiglia non hanno il diritto di ripudiare la moglie, significa mettersi contro anche il ceto dirigente dei villaggi.
Per il prof. Pesce, questo è un aspetto centrale e, dice, “non bisogna ridurre tutto ad una specie di teoria dell’indissolubilità del matrimonio, di una teoria romantica dell’amore tra maschi e femmine: la questione è completamente diversa”.
Ed è questo uno dei motivi che provocherà poi la reazione della gente contro Gesù, fino ad ucciderlo.










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