
Capita su questo sito di affrontare il pensiero di studiosi, filosofi, scienziati, intellettuali in generale, rispetto al fenomeno religioso e al modo di intendere DIO. Oggi è la volta di un colosso che vive a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e che credo tutti conoscano, anche solo per sentito dire. E’ il padre della psicanalisi, che tanto ha influenzato la vita del Novecento fino ai nostri giorni, e chissà per quanto tempo ancora la influenzerà in futuro.
Mi riferisco a Sygmund Freud, neurologo, psicanalista e filosofo, austriaco di origini, celebre per l’apporto che ha dato alla cultura contemporanea e, quindi, per aver gettato le basi delle teorie psicanalitiche.
Chi di noi non ha mai usato il termine “inconscio” oppure “rimozione”, o ancora “super io”, “Trauma”, “repressione”, “Sublimazione”: ecco, sono concetti di cui lo stesso Freud è il padre, o per averli inventati e teorizzati lui stesso, oppure per averli ripresi da altri, riconsiderati e riformulati.
Freud nasce a Friburgo nel maggio del 1856 e morirà a Londra, rifugiato perché di origini ebraiche, nel 1939.
I suoi scritti sono sterminati, è stato un uomo scienza e di cultura a 360 gradi: in questo video ci concentreremo solo sui testi che affrontano l’argomento religioso. E insomma: cos’è per Freud la religione? Esiste Dio? La vita religiosa ha un suo fondamento e, se sì, quale?
I saggi che Freud dedica all’analisi del fenomeno religioso sono essenzialmente tre, o almeno questi tre sono considerati da tutti i più importanti: «Totem e tabù» (1913); «L’avvenire di un’illusione» ( 1927); «Mosè e il monoteismo” ( 1934-38).
Non li vedremo in quest’ordine: per ragioni legate ai contenuti di queste opere vedremo prima Totem e tabù, poi Mosè e il monoteismo e poi “L’avvenire di un’illusione”.
In quest’ultima opera c’è la sferzata più radicale di Freud al fenomeno religioso, ma non voglio spoilerare.
Procediamo con ordine: in “Totem e Tabù”, F. analizza la più antica forma di religione dell’umanità, il totemismo.
Freud arriverà a definire la religione una nevrosi, e per capire il senso di questa
affermazione bisogna procedere per gradi, step by step. Vediamo quindi prima il contenuto di questo libro e poi cercheremo di capire perché per Freud la religione sarebbe una nevrosi. Poi passeremo agli altri testi.
“Totem e tabù”, quindi: “totemismo” è un termine che viene dagli indiani algonchini, tribù indigena incontrata dai Francesi nel Canadà al tempo dei primi insediamenti.
Il termine Tabù, invece, viene dagli studi dell’antropologia polinesiana.
Cosa vogliono dire questi termini? Il tabù indica un oggetto o luogo che non si può toccare. Toccarlo significherebbe sfidare gli dei. Il tabù è qualcosa o di troppo puro o assolutamente impuro: in entrambi i casi non si può toccare. Nella religione ebraica, Nell’antico testamento, abbiamo l’arca dell’alleanza che non si può toccare; ma nella religione ebraica antica è presente anche l’impurità: ad esempio, quando la donna aveva il ciclo mestruale era considerata impura e non poteva essere toccata; per questo doveva dormire in camere separate.

Per Freud questo tabù è il frutto del Super-io e nasconde in sé il desiderio di superarlo. Si tabuizza qualcosa perché è pericolosa, perché è un desiderio che abbiamo rimosso, che non possiamo permetterci. La donna mestruale ha a che fare con la nascita, ci ricorda nostra madre, ha a che fare quindi anche con il complesso di edipo. Quindi nel tabù si trasforma una pericolosità psichica in una pericolosità rituale, o sacra.
La parola totem significa, letteralmente, “il tuo segno”: la T sta per “tuo” e “otem” sta per “Segno”. In genere è un animale o una pianta che è considerato come l’origine della tribù. Ad esempio, tutta la tribù deriverebbe da un lupo, da un falco, da un cinghiale.
Posto che il totemismo è la religione originaria, come lo spiega Freud? Se lo spiega con il complesso di Edipo. Per lui l’umanità delle origini era composta da Orde nomadi in cui c’era il capo orda, il padre, maschio, che teneva per sé tutte le donne del gruppo, escludendo i figli. Questa autorità veniva garantita dalla forza fisica e dalla minaccia: minaccia che consisteva nel rischio di essere evirati o trucidati dal padre nel caso i figli avessero trasgredito alle sue regole. I giovani allora, sempre secondo Freud, si sarebbero ribellati al padre uccidendolo e divorando le sue carni. Per Freud questo cannibalismo non è un atto spietato e selvaggio, perché nutrirsi delle carni della preda significava soprattutto, a quel tempo, assumerne la forza. Questo vuol dire che il padre veniva anche ammirato dal gruppo dei figli.
Dopo il parricidio e dopo aver giaciuto con le donne del padre, si insinua in loro il senso di colpa. Non solo: alla luce dell’ammirazione per il padre ciascun maschio del gruppo si ritroverebbe nella tentazione di voler sostituire il genitore ucciso, prendendo quindi il suo posto e avendo il monopolio sulle femmine del gruppo. Tutti Si rendono conto, però, che così facendo riproporrebbero la situazione iniziale da cui si erano liberati, a costo del parricidio. Per questo, tutti insieme istituiscono il tabù e la pratica esogamica: da questo momento se vorranno una femmina dovranno cercarla altrove e fuori dal proprio gruppo di appartenenza.
Questo per Freud è l’origine della morale e della società. Il percorso razionale per Freud è questo: posto che l’uomo è per sua natura aggressivo (ed è una visione senz’altro pessimista), gli esseri umani creano la società, con regole morali a cui sottostare, per disciplinare a arginare l’aggressività e vivere garantendo la pace. La società, insomma, e la morale sono un compromesso: rinuncio ad una parte di pulsioni, e al soddisfacimento delle stesse pulsioni, in cambio di una maggiore tranquillità.
Come avviene poi lo sviluppo della religione?
Con il passare del tempo il ricordo del padre viene trasfigurato. Il padre viene mutato in qualcosa che lo ricorda, cioè l’animale che dà origine al gruppo, il totem. Da qui il precetto di non mangiare il totem, quindi non uccidere di nuovo il padre. Ciò nonostante, una vota l’anno bisogna reiterare il divieto, ricordarsene le ragioni, e quindi una volta l’anno il totem, in un contesto rituale e collettivo, viene ucciso nuovamente e mangiato.
Ma lo sviluppo della religione, con il trascorrere di secoli e millenni, passa a questo punto ad un altro stadio, quello dell’umanazione del totem. Da animali si passa a divinità dalle sembianze umane, che spesso però hanno la testa o il corpo degli animali. Non sono farneticazioni di Freud, se per esempio pensiamo solo alla religione degli antichi egizi: Sobek, con la testa di coccodrillo; Anubi, con la testa di sciacallo; Bastet, con quella di Gatto.
Con la formazione di società più estese e complesse, anche il pantheon degli dei si allarga: ci sono molte divinità che spesso formano famiglie di dei, anche se in genere tra gli dei ce n’è uno che prevale: abbiamo in questo caso l’enoteismo, cioè un complesso di divinità di rango più o meno alto. Un esempio classico è la religione degli antichi Greci, con un politeismo diffuso ma con Zeus a capo di tutti gli dei. Anche il cristianesimo ha tratti di enoteismo, perché c’è Dio, al vertice della gerarchia, poi la madonna i vari santi, i beati … e così via.
L’ultimo stadio è quello del monoteismo: scompaiono le altre divinità minori e tutto si concentra in un unico Dio. Ecco: quest’ultima condizione, quella del monoteismo, per Freud è una sorta di restaurazione della condizione originaria, quella in cui si era sottomessi all’autorità dell’unico padre.
Ora, passaggio importante, perché Freud vede nel fenomeno religioso l’espressione di una nevrosi? Anzitutto, nella manifestazione esterna, cioè nei sintomi, nevrosi e manifestazioni religiose si somigliano: ad esempio nella costante ripetizione di riti o formule verbali, sempre uguali se non con minime differenze, reiterati di continuo, che richiamano la nevrosi, appunto, delle compulsioni.
Ma, passaggio successivo, dopo averne riconosciuti i sintomi, vediamo quali sono le origini, le cause, di questa nevrosi.
Le nevrosi sono particolari conseguenze di un trauma, vissuto durante l’infanzia – essenzialmente nei primi 5 anni -, che non ha avuto una normale risoluzione. Il trauma, propriamente, è concepito come un evento intenso capace di sconvolgere l’assetto psichico della persona, assetto psichico che tende all’equilibrio, perseguendo la coerenza e una continuità di identità che dà stabilità. Ecco, il trauma arriva a sconvolgere questa quiete e l’individuo, nella difficoltà di gestire un così intenso sconvolgimento, attua un meccanismo di difesa, che in genere consiste nella rimozione, cioè nella eliminazione dalla sua coscienza dell’evento traumatico. Accade, però, anche a distanza di anni, che tale trauma possa riaffiorare appunto attraverso nevrosi, cioè di disturbi tra cui c’è quello della reiterazione compulsiva di azioni.
Quindi, qual è il trauma all’origine del fenomeno religioso? Come abbiamo visto poco fa, il trauma sta nell’uccisione originaria del padre. E il fenomeno religioso sarebbe una nevrosi sia individuale che collettiva, immaginando il corpo sociale come organismo dotato di una sua capacità psichica al pari del singolo individuo: in questo senso, come il singolo individuo può generare in sé una nevrosi, allo stesso modo un insieme di individui può dar vita ad una nevrosi collettiva: la religione.
*******************
Un ulteriore sviluppo di questo pensiero lo abbiamo nell’opera dal titolo “Mosè e il monoteismo”. Si tratta dell’ultima opera di Freud sull’argomento, della terza in ordine cronologico, che però cito ora per ragioni espositive e perché è affine al discorso fatto finora.
E’ un’opera divisa in tre parti, nella prima delle quali Freud scrive una storia romanzata, una rivisitazione della storia di Mosè, che è stata oggetto di molte critiche da parte di storici e archeologici perché pare non abbia alcun fondamento. Quello che conta per il nostro discorso, però, è l’interpretazione che Freud dà degli eventi, che svelano i significati che lui associa all’esperienza religiosa.
Nel racconto storico di Freud, Mosè non sarebbe stato uno schiavo ebreo cresciuto nella casa reale egiziana, ma sarebbe stato invece un sacerdote del culto di Akhenaton, che sfuggì dall’Egitto dopo la morte del faraone. Risiedendo presso gli ebrei, Mosè avrebbe cercato di far rivivere la religione soppressa in Egitto, mettendosi a capo del popolo semitico, gli ebrei, perpetuando il monoteismo attraverso una differente religione fino alla terra di Canaan, dove si sarebbe appropriato anche di alcune proprietà. Ma, mal sopportando il rigore di Mosè, i seguaci lo uccisero. Gli ebrei a questo punto rimossero il trauma di questa uccisione e successivamente incontrarono un altro Mosè che li educa al culto di Jahvè.
Ma quel trauma rimosso tornerà dal rimosso e si manifesterà nel rigore morale degli ebrei, che richiama proprio il rigore morale della religione egizia di Akhenaton.
L’uccisione di Mosè, comunque, è una riproposizione dell’uccisione originaria del padre, come abbiamo già visto in “totem e tabù”. I connotati di Dio e di Mosè si sovrappongono: Dio e Mosè sono infatti oggetto dei medesimi sentimenti: ammirazione da una parte; odio, tremore e timore dall’altra.
Il comportamento del popolo ebraico verso il loro padre, quell’odio che portò alla sua uccisione, genera senso di colpa. E qual è il modo per proteggersi dal senso di colpa? Punirsi, attraverso una intensa ritualità e rinunce pulsionali: un esempio tra tutti la circoncisione, che non sarebbe tanto dovuta a questioni igieniche, quanto alla mutilazione evirante per rimediare alla colpa dell’uccisione del padre. Una nuova sottomissione al padre.
Il cristianesimo recupera il senso di colpa ebraico attraverso Paolo di Tarso: il senso di colpa ebraico viene chiamato da Paolo “Peccato originale” e quale peccato più grande di quello che consiste nell’uccisione originale del padre? Per Freud Paolo avrebbe intuito questo parricidio originario e avrebbe portato dentro di sé il senso di colpa da espiare.
Il cristianesimo a questo punto inserisce un nuovo elemento nell’esperienza religiosa: la redenzione che si sacrifica prendendo le colpe di tutti, Gesù Cristo.
La comunione è una rievocazione del pasto totemico, del pasto – di cui abbiamo parlato – in cui i figli si nutrono delle carni del padre.
Il cristianesimo, ad ogni modo, evolve e supera l’ebraismo dal punto di vista antropologico. Scrive Freud: “Il giudaismo era stato una religione del Padre, il cristianesimo diventò una religione del figlio. L’antico padre si ritirò dietro a Cristo, e al suo posto venne Cristo, il figlio, proprio come ogni figlio aveva sperato in era remota. Paolo, il continuatore del giudaismo, fu anche il suo distruttore.
************************
Veniamo al terzo lavoro di Freud: “L’avvenire di un’illusione”, in cui esplicita la sua visione della religione e di Dio in modo chiaro e sintetico.
Con il passare dei secoli, abbiamo visto, cambia naturalmente il rapporto dell’uomo con la divinità: il totem viene sostituito da Dio e quindi abbiamo l’esperienza religiosa a cui siamo abituati.
Ebbene, Freud, senza mezzi termini, parla di religione come Illusione. Il termine “illusione” è molto importante, perché lo stesso Freud fa la differenza con il concetto di errore: illusione ed errore non sono la stessa cosa. Sono entrambe credenze, ma mentre l’errore, come le ipotesi scientifiche, è la possibile spiegazione di fenomeni aperta alla verifica e alla convalida, l’illusione ha un contenuto prevalentemente di desiderio.
La religione, difatti, è un’illusione perché è, testualmente, «l’incarnazione dei più antichi, forti e profondi desideri del genere umano». Insomma, una credenza è un’illusione quando prevale l’appagamento di un desiderio. Dice Freud: “Diciamo dunque che una credenza è una illusione qualora nella sua motivazione prevalga l’appagamento del desiderio, e prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio come l’illusione stessa rinuncia alla propria convalida”.
Freud aggiunge inoltre che un’illusione non è necessariamente falsa: fa l’esempio di una ragazza convinta che un giorno verrà un principe azzurro per sposarla. Benché questo desiderio sia di improbabile realizzazione, non è però impossibile. Ciò che rende la convinzione della ragazza un’illusione è proprio il fatto che si tratti semplicemente una proiezione dei suoi più profondi desideri.
Quelli che stanno sotto il senso religioso sono i desideri di protezione, ricompensa e immortalità.
Ma torniamo all’illusione della religione: com’è che si declina questa illusione, quali sono cioè i meccanismi che la sorreggono. Anche il questo caso le parole di FREUD sono chiare.
Dice: “Mediante il benigno governo della Provvidenza divina – scrive Freud -, l’angoscia di fronte ai pericoli della vita viene placata, l’istituzione di un ordine morale universale assicura l’appagamento di quell’esigenza di giustizia che nella civiltà umana è rimasta così spesso inappagata e il prolungarsi dell’esistenza terrena mediante una vita futura istituisce la struttura spaziale e temporale in cui questi appagamenti di desiderio devono trovare il proprio compimento“.
Insomma, la religione ci consente di proiettare all’esterno quel desiderio di perfezione, stabilità, sicurezza, solidità, protezione che desideriamo ardentemente.
Dio diventa allora “il desiderio di Dio” cioè il bisogno di avere un Padre che alla fine regolerà con giustizia i con tutti gli uomini.
Naturalmente il desiderio di Dio viene interpretato come “la nevrosi ossessiva universale dell’umanità ” del tutto simile a quella del bambino che ha tratto origine dal complesso edipico, dalla relazione paterna “sicché è da prevedere che l’abbandono della religione debba aver luogo con l’inesorabilità fatale di tutti i processi di crescita, e che ora ci troviamo in pieno proprio in questa fase di sviluppo“
Erich Fromm – psicanalista, filosofo e accademico tedesco – in un libro che si intitola “Marx e Freud”, ci aiuta a comprendere, attraverso la sua interpretazione, il pensiero di Freud.
Scrive: “Freud senza dubbio considerava la credenza in Dio come un’illusione che uomini e donne maturi devono abbandonare. Per Freud l’idea di Dio non è una menzogna, ma un prodotto dell’inconscio che deve essere interpretato psicologicamente. Un dio concepito come una persona non è altro che una figura paterna ingrandita; il desiderio di una divinità ha origine nel bisogno di giustizia e nell’aspirazione all’immortalità. Dio è solo una proiezione di questi desideri, ed è temuto e adorato dagli esseri umani a causa dell’insicurezza di cui essi non sanno liberarsi. Secondo Freud, la religione appartiene propriamente all’infanzia della razza umana, è stata una fase necessaria della transizione dall’infanzia alla maturità, e ha promosso valori etici che erano indispensabili alla vita sociale. Ora che l’umanità è matura, però, la religione deve essere abbandonata“
Rispetto alla “figura paterna ingrandita” specifica ancora Fromm: «L’autorità minaccia insieme e protegge: solo l’uomo libero che ha saputo emanciparsene è in grado di usare le proprie facoltà razionali e di capire oggettivamente il mondo e la propria parte in seno ad esso. Le illusioni sono cadute, ma egli possiede in cambio la capacità di sviluppare e mettere in uso tutte le sue facoltà. Solo facendoci adulti, e smettendo di lasciarci guidare e intimorire dall’autorità, come i bambini, possiamo trovare il coraggio per pensare con la nostra testa. Ma è vero anche l’inverso, che solo trovando il coraggio per pensare con la nostra testa possiamo emanciparci dall’autorità»









0 commenti