Chi era davvero Gesù di Nazareth? Un possibile ritratto

6/05/2024 | Blog, Cristianesimo, Religioni | 0 commenti

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Questo è il primo di una serie di articoli dedicati alla figura di Gesù: cercheremo di tratteggiare un possibile identikit della sua figura, tra tanti che se ne potrebbero fare.
Sappiamo infatti che gli storici e gli esegeti spesso non sono affatto d’accordo su molte cose: esistono scuole di pensiero e approcci diversi, e questo ritratto di Gesù è uno possibile. Non mancheranno altri interventi su questo sito in cui vedremo la stessa questione da punti di vista diversi.

Iniziamo perciò con il chiederci: chi era Gesù?
Gesù è un ebreo nato nella terra di Israele. Una persona che non si staccherà mai dalla sua terra di origine. Di ebrei in Palestina ce ne erano moltissimi ma, soprattutto quelli delle classi sociali elevate viaggiavano molto, erano attratti da Roma e dalle zone mesopotamiche.

Da secoli in tutto il Mediterraneo e nel Medio oriente antico si erano formate, a seguito di una continua emigrazione, comunità ebraiche. Gesù è un uomo invece della terra di Israele, che sta, diciamo, tra il sud di Gerusalemme e il nord della Galilea, a cavallo del fiume Giordano.

Gli ebrei avevano avuto un regno unitario da circa il 180 avanti cristo fino al 63 avanti Cristo, quando ci fu l’occupazione romana ad opera di Pompeo. Dopo un certo numero di anni, un re alleato dei romani, Erode il grande, riuscì a riunificare in un unico territorio la terra degli Ebrei, ma quando morì, a cavallo della nuova era, Augusto spezzò il suo territorio in diversi regni tra i discendenti di Erode. Questo provocò una serie di violente rivolte anti romane che avevano lo scopo di proclamare ciascuna un re.

Il tema del regno di Dio, perciò, quando Gesù era un ragazzo, era molto diffuso! C’era una forte aspirazione alla riunificazione dei territori sotto un re ebreo e a cacciare i Romani. Si trattava, però, di un’aspirazione che non condividevano affatto tutti gli Ebrei: le classi sociali alte, infatti, vedevano con favore l’occupazione romana. Il motivo era molto semplice: i Romani, quando occupavano un territorio, avevano una struttura burocratica molto snella. Non intervenivano direttamente nel territorio, ma si affidavano alle elite, alle aristocrazie locali quindi, soprattutto delle città grandi e piccole, le quali avevano un enorme vantaggio nel collaborare con i Romani e si rifacevano poi sui territori circostanti dei villaggi.

I Romani a Gerusalemme controllavano il sacerdozio che reggeva il tempio, nominavano loro il sacerdote, si tenevano addirittura le vesti del sacerdote quando questi doveva entrare una volta all’anno nella parte più intima del tempio di Gerusalemme: insomma il sacerdozio era fortemente filo romano. Si può dire, quindi, che la popolazione dello stato di Israele era spaccata in due: una parte filo romana e un’altra parte che contrastava i Romani.

Quando Gesù e Giovanni battista erano giovani, era ormai da 80 anni che esisteva questa dominazione romana. L’episodio più importante della vita di Gesù ci fu quando aveva all’incirca 30 anni: ce lo dice il vangelo di Luca e non possiamo escludere che i 30 anni siano un simbolo, una data simbolica, rappresentativa.

Ad ogni modo, il punto fondamentale è quando Gesù era già adulto, non più giovanissimo ma nel pieno delle sue forze, quando cioè incontrò Giovanni Battista, cosiddetto “battista” perché è colui che battezza.

Era certamente il personaggio principale, molto più importante di quanto non fosse Gesù stesso. Il Battista aveva posto al centro l’idea che Dio avrebbe di lì a poco, in pochissimo tempo, instaurato il suo giudizio finale della storia, in cui i buoni sarebbero stati premiati e sarebbero potuti entrare nel regno di Dio, gli altri invece sarebbero stati condannati.

Quindi, Giovanni Battista predicava perché il popolo di Israele potesse entrare nel regno di Dio e si convertisse e per questo utilizzava un rito dal valore simbolico enorme, cioè il battesimo nel fiume Giordano, che consisteva in un processo di conversione molto complesso e efficace.

In sostanza, chiedeva alla gente di confessare pubblicamente i propri peccati, chiedeva loro di prendere degli impegni per cambiare la propria vita, per dare una svolta alla propria esistenza, e con questo atto di auto conversione il Battista riteneva che Dio li avrebbe perdonati dei propri peccati.

Rimaneva però una forte impurità corporea che veniva purificata con l’immersione nell’acqua corrente del fiume. La persona che veniva fuori dopo l’immersione otteneva così una vera e propria rinascita.

I Battisti sono quindi persone nuove, forti, che riorganizzano la propria esistenza. Gesù, per incoraggiamento della sua stessa madre, stando a quello che ci dice il Vangelo, andò da Nazareth a farsi battezzare nel Giordano, perché anche lui riteneva di doversi convertire per i propri peccati: anche lui voleva operare una radicale conversione.

Subito dopo anche Gesù ebbe quell’esperienza nel deserto che era tipica dei battisti. Giovanni battista era contrario al lavoro: non lavorava, era contrario al lavoro in via di principio. Non bisognava, per lui, procurarsi il cibo tramite il nutrimento della terra, e per questo neppure il pane doveva essere mangiato perché il pane era il frutto di coltivazione. Tra poco scopriremo perché.

Non bisogna coltivare la terra, quindi il cibo se lo procurava raccogliendo quello che si trovava: raccoglieva miele selvatico e cavallette. Sembra strano, per un uomo di oggi, educato nella cultura cristiana, di poter mangiare le cavallette. Le cavallette però avevano un certo significato nella cultura ebraica, perché erano animali leciti, permessi; non tutti gli animali potevano essere mangiati, ma la cavalletta sì.

Si sente parlare anche oggi, è c’è infatti proprio in questi mesi un acceso dibattitto sulla questione, del nutrimento che gli insetti posso dare agli esseri umani. Ad ogni modo, oggi sappiamo che le cavallette di cui si nutriva il Battista gli fornivano sicuramente un buon apporto di proteine.

Quindi il Battista non lavorava, evitava di lavorare per coltivare i campi, era contro la pratica dell’agricoltura, ed era anche contro la tessitura. Il suo vestito era di pelli di cammello, ma non di peli tessuti; era contro la filatura, che sarebbe stato un lavoro.

Viveva nel deserto per l’opposizione radicale alle città. Perché l’opposizione alle città? Perché le città erano appunto i luoghi della romanizzazione, i luoghi dove l’aristocrazia alleata con i romani dominava. Gesù è un Battista, ma come tutti i Battisti è un Battista creativo.

Noi dobbiamo pensare al rapporto tra Gesù e Giovanni Battista come al rapporto che c’era tra Zwingli e Lutero, come tra i tanti movimenti rivoluzionari della rivoluzione francese o della rivoluzione russa, o di altri momenti particolarmente innovatori che ogni tanto scoppiano nella storia umana.

E quindi Gesù prende dal Battista il rifiuto dal lavoro. Ma perché questo rifiuto del lavoro? Perché siamo nel momento finale della storia. Battista e Gesù si ispirano ad alcune parti della Bibbia, in particolare il capitolo 25 del Levitico, in cui si parla del Giubileo, cioè di quella parte finale, ogni 50 anni, in cui tutti tornano alla situazione originaria: gli schiavi vengono liberati, i debitori vengono condonati e la situazione di parità nel popolo viene restaurata. In questo periodo non si lavora, non si fila, non si coltiva la terra, ma si mangia dei frutti spontanei della terra.

Gesù e Giovanni Battista vivono in questo clima. Un clima di attesa della fine. Il Regno di Dio, che loro attendono, deve essere quindi preceduto dalla conversione, conversione che impedirà di essere distrutti dal giudizio finale di Dio. Coloro che si convertiranno entreranno appunto nel Regno di Dio, ma questo Regno di Dio è appunto di Dio.

Perciò pur avendo una fortissima valenza politica, perché significa la fine dei regni, i regni dei pagani, la fine dei regni dei non ebrei, e perciò la fine del Regno dei Romani, questo Regno non viene conquistato con la forza politica, con le armi, con la pressione politica, con la conquista di posti di direzione nel Sinedrio, nei luoghi in cui il potere politico si esercita.

È soltanto un intervento che chissà quando avverrà, presto certamente, ma non si sa quando, e il protagonista solo Dio.

Gesù non sa quando il Regno avverrà e si limita a predicare semplicemente due cose: La prima, una conversione radicale. La seconda, l’annuncio di quello che succederà nel Regno.

E qui – come sostiene lo storico del cristianesimo Mauro Pesce – c’è certamente una visione molto diversa da quella che oggi viene predicata dalla Chiesa Cattolica dopo il concilio Vaticano II.

Insomma, è molto probabile che il Gesù venerato dal cristianesimo e dal cattolicesimo come figlio di Dio non abbia molto a che fare con ciò che sappiamo rispetto al Gesù storico.
A questo proposito, lo storico del Cristianesimo J. P. Meier, scomparso qualche anno fa e autore dell’opera monumentale su Gesù dal titolo “Un ebreo marginale” descrive in sostanza tre Gesù: il Gesù reale, che non è conoscibile perché è appartenuto ad un’altra epoca e non ci è possibile averci a che fare; il Gesù storico, che viene fuori dalla ricerca storico critica e dall’esegesi dei testi; il Gesù della fede, che non corrisponde né al primo né al secondo, ed è il risultato di una elaborazione e una concettualizzazione teologica che, appunto, spesso è lontana anni luce dalle poche notizie storiche che possiamo ricostruire.
Ciao e … al prossimo articolo!

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