
Procediamo il nostro possibile – ripeto, possibile tra tanti – identikit di Gesù di Nazareth, sempre basandoci sugli studi e sulle teorie del prof. Mauro Pesce, lo ripeto per chi non avesse letto gli articoli precedenti di questa serie, professore emerito di Storia del Cristianesimo all’università di Bologna.
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In questo caso, ci concentreremo su un aspetto particolare della predicazione di Gesù, vale a dire le parabole, e lo faremo per capire ancora meglio la visione del mondo di Gesù e quale fosse il centro della sua predicazione.
Quindi, per approfondire il discorso del Regno di Dio – che, abbiamo visto negli altri articoli, è il fulcro della predicazione di Gesù – bisogna a questo punto parlare di uno strumento imprescindibile di tale predicazione: brevi storie che vengono comunemente chiamate “parabole”.
Della predicazione di Gesù abbiamo i grandi discorsi, le singole frasi sapienziali, e dei racconti brevi chiamati, le “parabole” appunto, che tutti noi in sostanza conosciamo, perché sono ormai entrate nel nostro tessuto culturale: ne abbiamo molte, anche se alcune sono considerate non autentiche. Ciò nonostante sono comunque un ottimo strumento per comprendere la sua predicazione. Sono racconti brevi che Gesù probabilmente rivolgeva a singole persone o a gruppi e in cui affrontava delle realtà precise della vita della gente, così da poter poi, a partire da queste storie concrete, elaborare un messaggio sociale e religioso.
Negli ultimi decenni si è sviluppata un’analisi sociale delle parabole, che ci restituiscono un affresco delle condizioni sociali della terra di Israele quando Gesù al suo tempo la percorreva, villaggio dopo villaggio.
Uno dei punti fondamentali che emergono da questi racconti è la contrapposizione tra grandi città, grandi centri urbani e, appunto, i villaggi, situati in campagna. Le città erano state ormai romanizzate: nella Galilea, ad esempio, Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, aveva ricostruito città secondo lo stile romano e altre le aveva edificate da zero. Tiberiade, per esempio, è una di queste, e che prende persino il nome dall’imperatore Tiberio: un esempio chiarissimo di romanizzazione. Altri esempi di questa romanizzazione li troviamo anche nella città di Sefforis, che era stata ricostruita e romanizzata, oppure nella città di Betsaida, che era stata ribattezzata con il nome di Iulia.
L’opposizione tra città e villaggi era molto forte. Lo vediamo, per esempio, nella parabola dei vignaioli che, specifica il prof. Mauro Pesce, solo apparentemente sembra raccontare la sorte di Gesù, ma in realtà è un racconto che riflette una specifica realtà sociale e politica del tempo: si parla del contrasto tra un proprietario terriero e i suoi vignaioli. Il proprietario decide di piantare nella sua tenuta una grande vigna, e poi si reca lì al momento del raccolto per poterne trarre guadagno dal vino. I vignaioli però non vogliono darglielo e protestano uccidendo i servi del padrone.
Gesù ragiona su questi contrasti violenti che c’erano nella terra di Israele. Altra parabola emblematica, in questo senso, è quella del figlio dissipatore, conosciuto forse meglio come “figliol prodigo”, in cui si parla del figlio più giovane di un proprietario terriero che non vuole più vivere in campagna, così si fa dare la parte di eredità che gli spetta e va in città, dove dissipa tutti i suoi soldi e finisce per fare il guardiano dei porci. Mansione che per un ebreo era umiliante. Alla fine torna in campagna dal padre, che lo accoglie amorevolmente.
Ecco, il messaggio religioso è quello del perdono del padre verso il figlio dissipatore, ma il significato sociale sta nella contrapposizione tra città e villaggio, tra città e campagna: in campagna si vive bene, il villaggio è il luogo del rispetto delle leggi ebraiche, dei buoni valori tradizionali; in città invece si va a prostitute e si sperpera con dissolutezza. In altre parole, il villaggio è il bene, le città sono il male.
Gesù parla spesso anche di ladri nelle sue parabole: il ladro che entra nelle case di notte, o quello che entra nella casa di un uomo vigoroso che è costretto a legare per poter rubare i suoi beni.
Un altro aspetto è quello della vita degli schiavi: in una parabola si parla di un uomo che possiede un piccolo possedimento e quindi può permettersi un solo schiavo. Questo schiavo quando trona dai campi prima di poter mandare lui stesso deve servire il pasto al padrone.
In un’altra parabola ancora si parla, potremmo dire, di caporalato ante litteram: ci sono sulla piazza delle persone che aspettano che qualcuno li faccia lavorare a giornata e Gesù fa un discorso in cui raccomanda di pagarli in modo dignitoso.
Insomma, da queste storie, da queste parabole, da questi piccoli affreschi, emerge un Gesù sensibile alle differenze sociali della sua terra, un Gesù attento alla giustizia sociale tra le persone, tra ricchi e poveri.
Il suo messaggio sorge, si radica e si rivolge ad una situazione di contrapposizione sociale. Gesù è attento alla giustizia sociale, sa bene qual è la differenza tra ricchi e poveri, sa che la povertà è una piaga, sa che anche i bambini di strada subiscono questa ingiustizia sociale e sono esposti al degrado.
Il suo messaggio si radica in questa visione e non si può comprendere se non si colloca all’interno di questa spaccatura sociale, che esisteva già nella sua terra, da molto tempo, ma che fu accentuata notevolmente dall’occupazione romana. Questo perché, lo abbiamo visto nel primo artiolo di questa serie, i Romani, per consolidare la loro presenza politica, rafforzarono le aristocrazie locali e cittadine, a scapito delle popolazioni dei villaggi, impoverite e tassate ingiustamente.
Su questo sfondo delle parabole possiamo comprendere meglio, e forse più a fondo, la predicazione di Gesù, che si riassume, potremmo dire, nel discorso delle Beatitudini, di cui abbiamo già parlato in un altro video. Abbiamo due versioni del discorso delle beatitudini: quella del vangelo di Matteo, più lunga, e quella del vangelo di Luca, più corta.
Secondo gli specialisti che hanno analizzato a lungo questi passi – in modo particolare secondo il biblista benedettino Jacques Dupont, che scrive a questo proposito un libro intitolato proprio “Le beatitudini” – secondo gli specialisti pare che quello più autentico e meno spiritualizzato, tra i due, sia quello più corto del vangelo di Luca.
Il centro è “beati i poveri perché di loro è il regno di Dio”. Il regno di dio è dei poveri, i poveri materiali vittime di ingiustizia – e i ricchi non possono entrare nel regno, a meno che non si convertano. La conversione non è puramente spirituale, ma è pratica, e deve concretizzarsi in atti precisi: riparare al torto, restituire ciò che si è rubato indebitamente. Solo allora il ricco potrà entrare nel regno di Dio. Per questo Gesù dice: “Guai a voi o ricchi” e continua dicendo, non testualmente, avete già avuto la vostra soddisfazione nel mondo, ma non l’avrete nel regno di Dio, non senza una conversione radicale e non solo interiore o spirituale.
Il prof. Pesce insiste sul fatto che spesso le chiese oggi trascurano di sottolineare questo messaggio importante, perché si concentrano sull’interpretazione che di questo messaggio diede Paolo di Tarso.
Paolo di Tarso, o san Paolo per chi crede, era un filo romano e non concentrava la sua teologia e la sua attenzione sui problemi sociali. Aveva ridotto il messaggio di Gesù ad un generico perdono da parte di Dio anche se si era grandi peccatori.
Non era questo, per il prof. Pesce, e lo dice in modo categorico, il messaggio di Gesù: il perdono era dato ai poveri e ai sofferenti perché avevano già sofferto, ma ai ricchi era richiesta una riparazione dei loro torti in termini materiali e pratici: solo così sarebbero potuti entrare nel regno di Dio tanto atteso.
Andando a riassumere: quale fu in sintesi il messaggio di Gesù? Da una parte un’attenzione realistica all’ingiustizia sociale, alle differenze tra ricchi e poveri, alla contrapposizione tra città e campagne e alla ulteriore spaccatura sociale che l’occupazione romana aveva provocato; dall’altra l’avvento del regno di Dio che avrebbe rimesso le cose a posto, che avrebbe risolto le ingiustizie e che avrebbe dato ai poveri, ai malati e agli ultimi ciò che era stato loro tolto.
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